Lo yeti

Lo Yeti,

la presenza certa di ció che non si vede,
una sensazione costante che qualcosa ci sia ma non si sa nè dove nè come.

Forse è dentro di noi,
nel lavoro quotidiano di lettura del mondo…

…quando proviamo a cercare la giusta direzione nel quotidiano…


Forse bisogna mettersi in viaggio e cercarlo…E chissà se un giorno, 

Raggiunta le vetta della nostra ricerca, 

Voltandoci vedremo qualcosa di diverso, di nuovo…


Un albo per adulti ed adolescenti
per chi è alla ricerca di qualcosa,
che sia dentro o fuori da sè,
per chi crede sempre in quel che non si vede,
per chi sa che solo mettendosi in viaggio si possono raggiungere nuove vette, nuove domande…

Un albo magistralmente illustrato, tra l’altro, dalla Dautremer da me amatissima.

Poche parole a seguire il ritmico andare di questa donna…

Usatelo in terapia, usatelo per credere in voi e nel mistero che vi appartiene…

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Zero-sei questo sconosciuto: atto secondo

Mi sono chiesta numerose volte se aveva senso scrivere un articolo sul percorso di questo famoso “zerosei” che si aggira, come un fantasma, per le vie impervie della legge.

Mi sono studiata la 107,
e il decreto attuativo del sistema zerosei n. 380, cercando di trovare dei punti dai quali partire per costruire percorsi di senso fattibili, realizzabili con le poche risorse che hanno i comuni, le scuole, i piccoli centri educativi dove mandare i bambini al nido sembra essere ancora un’elite.

Lì per lì mi sono preoccupata quando ho letto che sarebbe stato lo Stato a lanciare le linee guida nazionali per il curricolo del nido. Sono nata come educatrice e credo di avere in me una certa resistenza instillata dalla “nicchia”, all’insinuarsi dello Stato in ambienti così delicati…ma la verità è che le indicazioni nazionali per il curricolo dell’infanzia sono scritte bene, davvero bene

…è l’applicazione che fa acqua da tutte le parti.

Ho visto scuole dell’infanzia con la cattedra e i banchi disposti in fila a due a due che nemmeno alla scuola primaria si usa più,

scuole dell’infanzia proporre schede con la vivisezione della carpa d’acqua dolce, in zone di mare con il porto a pochi passi e nonni pescatori già dentro la scuola (ignorati ovviamente)…

schede di ogni genere e tipo, istruzione anzichè educazione,

prerequisiti alle invalsi piuttosto che promozione dello sviluppo naturale in zona prossimale…

Insomma ho riflettuto un attimo e mi sono detta che il problema non è lo Stato (non questa volta almeno) ma le prassi mantenute stabili e fedeli nei secoli da personale poco motivato e affatto formato (e non lo dico dando contro al personale)…e se qualcosa ho da rimproverare a questa nuova legge sono i famosi 500 euro lanciati dalla finestra al personale lasciandogli la responsabilità di formarsi…senza una linea comune, senza una selezione di qualità delle offerte formative, senza identificare, nei percorsi, una linea pedagogica riconoscibile e uniforme. Va benissimo la libertà d’insegnamento ma si dimenticano i bambini, si dimenticano ancora una volta le dinamiche dei gruppi di lavoro…si frantuma lo stile educativo e lo si appiattisce.

Si dimentica che anche il personale ha bisogno di riconoscersi, di avere dei riferimenti, di affidarsi quando ci sono delle difficoltà, di avere riferimenti teorici vicini al quotidiano…

Bellissima idea il bonus per acquistare libri, recarsi a teatro, visitare mostre….la cultura e l’educazione sono necessariamente intrecciate e si nutrono a vicenda ma questo non basta,

e ben venga l’istituzione del coordinamento pedagogico territoriale…abbiamo riferimenti importanti in Italia, da coordinatrice pedagogica (senza arte nè parte contrattuale) credo fortemente in questo ruolo ma reputo indispensabile

costruire equipe di coordinamento psicopedagogico capillari che riescano a raggiungere tutti gli istituti, che si formino insieme, che abbiano percorsi adeguati per sostenersi nella crescita ( e i 500 credetemi non bastano), che la formazione sia continua in itinere per tutti: per coordinatori (specifica) e per educatori ed insegnanti (insieme ai coordinatori).

Insisto sul coordinamento psicopedagogico non solo perchè la realtà in cui vivo mi sottolinea quotidianamente lo frastagliamento in questo ambito (nonostante si stia organizzando dal basso, con non poche fatiche, un nucleo operativo regionale) ma anche perchè in quanto membro del Gruppo Nazionale Nidi ed Infanzia mi accorgo che questa disomogenea presenza qualitativa di coordinatori e relativo riconoscimento sono problemi diffusi un pò in tutta Italia.

Le prassi operative sono dure a cambiare se non si prende insieme una linea comune sulla quale lavorare e ciò è possibile certamente grazie ad una formazione di qualità (scelta che non si può ragionevolmente lasciare in mano al singolo individuo) ma anche e soprattutto grazie alla presenza costante e importante di coordinatori pedagogici all’interno delle scuole: figure alle quali le insegnanti possano affidarsi, con le quali costruire insieme nuovi modi di stare insieme a scuola, con uno sguardo che è dentro le equipe di lavoro delle scuole ma anche fuori, che è con loro ma anche super partes, che indirizza, supervisiona ma che accompagna, pazienta, si fa ponte.

Mi sto dilungando…è vero.

Penso ai poli scolastici…e al loro potenziale…e mi domando se qualcuno abbia pensato di affiancare, all’illuminato ingegnere, coordinatori pedagogici e/o formatori in campo educativo che possano ammodellare le idee ingegneristiche ed archittetoniche con uno sguardo rivolto a chi, dentro a quelle mura, dovrà poi lavorare e giocare.

Cercando di accorciare la polemica…la legge ha dei buonissimi spunti. Dobbiamo ora aspettare di capire come si muoveranno le regioni (ho un pò paura lo confesso).

Cosa possiamo fare nel frattempo?

Rispondo con : avviare percorsi di riflessione.

Vi dirò che ci stiamo provando qui…gruppi di lavoro di intercollettivo complessi, densi, ricchi…dopo e solo dopo aver fatto un lungo percorso di formazione di due anni (che andrà avanti ancora) con Zeroseiup e tre formatrici di alto livello.

Vi dirò che le educatrici e le insegnanti si sono messe in discussione e molto e che tra i tanti percorsi avviati ve ne posso raccontare uno che sta davvero funzionando.

Ma prima vorrei sottolineare che se non ci sono percorsi che unificano l’idea di educazione, di bambino, di autonomia e gioco difficilmente si potrà lavorare bene con i bambini, di qualunque età li pensiate.

La rivoluzione, presso il comune per il quale lavoro, è iniziata con la formazione con la dott.ssa Malavasi L., la quale non ci ha fornito soluzioni ma semmai domande, dubbi, messa in discussione passo passo sempre più profonda e densa. Il principale dubbio che ci ha insinuato è stata una domanda che si è aperta nelle nostre menti “Che tipo di bambino stiamo crescendo?”

Un bambino capace di scegliere individualmente quale strada percorrere perchè consapevole dei propri bisogni e desideri, in grado di muoversi nel proprio ambiente scolastico e nella propria città riconoscendo i tratti storici principali, le funzioni e i vari ruoli, consapevole di sè e rispettoso degli altri (leggendo il profilo dello studente è questa la descrizione che si evince!)  o un bambino ubbidiente, istruito ad eseguire i compiti, adattato alle regole sociali così bene da anticiparle, pulito, composto, silenzioso se non interrogato…un bambino che eccelle in invalsi ma ha difficoltà a contenere e/o riconoscere le proprie emozioni perchè trattenute troppo a lungo da diventare esplosive….un bambino tenuto seduto per ore a compilare schede in virtù di un addestramento alla scuola primaria, che vede foglie sempre uguali e stagioni preconfezionate su schede del “si è sempre fatto così” e si perde la natura, quella vera, lì fuori…?

Lo so…sono polemica, perdonatemi, parlo ad alta voce con il senno del poi e il senso di colpa anche…domandandomi quante volte ho privato un bambino della possibilità di fare esperienza autentica di se stesso e sperimentazione vera con il naturale ed il mondo reale.

Siamo diventati insegnanti protettivi più di noi stessi (schiacciati dalle normative e procedure amministrative) e delle ansie genitoriali più che dello sviluppo autentico? Mi rifiuto di dirlo e anche di crederlo…eppure…

Osservando la giornata tipo e la linea del tempo passato a scuola ci siamo accorte che, nonostante le nostre (dico nostre mettendomi con le educatrici) convinzioni di stare lavorando per l’autonomia, stavamo lavorando in altre direzioni:

difficile dettagliarvi i percorsi di pensiero…

avevamo organizzato le giornate dei bambini,
avvalendoci del sacrosanto principio che le routines sono fondamentali,
come delle caserme.

  1. dalle 8 alle 9.30 tutti dentro
  2. 9.30 9.40 tutti in bagno a far pipì
  3. 9.43 tutti seduti a far merenda
  4. 9.50 tutti seduti sul tappeto per il cerchio (o, nel caso del nido, per le canzoncine e filastrocche)
  5. 10.15 tutti seduti a fare attività guidate
  6. 11.30 tutti in bagno a far pipì e lavare le mani
  7. 12 tutti a pranzo
  8. 13 tutti a nanna, a casa, o in silenzio
  9. e via così..

Forse vi fa ridere una lista cosi…ma credetemi a rileggere che anche il momento pipì è stato istituzionalizzato a me ha sempre fatto accaponare la pelle.Siamo sicuri che le routine siano queste? E quale è il senso?

La riflessione è iniziata così..

Che bambino abbiamo in mente? Cosa vogliamo ottenere da queste sue giornate a scuola? E’ importante ai fini dell’autonomia che faccia pipì e che mangi quando glielo diciamo noi? O conta maggiormente educarlo ad arrivare al bagno da solo quando gli scappa? E a riconoscere i morsi della fame e le quantità di cibo adatte alla sua pancia?

Ai fini del suo sviluppo armonico e consapevole è importante che impari ubbidientemente a stare seduto o vale di più che si appassioni a qualcosa che stimoli la sua attenzione focalizzata?

Un bambino di un anno è piccolo per decidere quanto mangiare (per esempio)? Allora perchè da nenonato lasciamo che sia lui ad autoregolarsi con la suzione al seno del latte? Come mai ci lasciamo guidare quando è in fasce e poi improvvisamente ci intromettiamo e lo reputiamo troppo piccolo? Confondiamo forse la capacità di autoregolazione con la consapevolezza cognitiva? Sono concetti differenti.

Cosa intendiamo per routine? Sono azioni, momenti e attimi fondanti la struttura organizzativa della giornata a scuola dei bambini o colonne inossidabili e inattacabili il cui contenuto e senso ormai ci sfugge? E’ possibile pensare di spostare il cerchio in un orario che sia successivo ad una mattinata di gioco autoregolato dei bambini? Così che abbiano davvero qualcosa da raccontarci e raccontarsi? che noi possiamo osservarli per una mattina intera e poi restituire loro qualcosa che rilanci quanto hanno fatto?

Perchè farlo alle 9.30 del mattino? Per segnare il capofila! Per dire loro cosa devono fare dopo! Per segnare il tempo che fa e gli assenti!

E’ possibile pensare che i bambini imparino a riconoscere i segnali del prorpio corpo così da andare in bagno da soli, quando serve?

E’ possibile unificare le prassi tra nido e infanzia?

Penso ad Ausbel e al concetto di apprendimento per scoperta e a Dewey e alla sua teorizzazione sullo stile educativo basato sulla ricerca, la sperimentazione attraverso l’indagine ipotetica per esperienza e verifica. Questo tipo di approcci ci permettono di avvicinarci a tutti i bambini. E quando dico tutti mi riferisco anche a quei bambini, accompagnati da insegnanti preparate ed attente, che hanno più difficoltà o disabilità.

Se consideriamo il bambino come fautore del proprio percorso di crescita in un rapporto di esplorazione con il mondo, sostenuto da educatori che predispongono materiali e spazi, allora possiamo pensare allo zero sei con facilità.

E veniamo allora all’esperienza di cui vi accennavo poco sopra:

immaginate una scuola dell’infanzia classica–> armadietti in ingresso, salone di accoglienza, sezioni organizzate per centri di interesse.

immaginate anche un raccordo–> due piccole stanze, luminose, intime ben organizzate.

Ora togliete tutto. Armadietti via, sezioni via, aprite le porte e…organizzate il salone in zone di interesse ad accesso libero, le sezioni in ampie sale laboratoriali mono stile, nelle varie aree togliete la maggior parte dei materiali strutturati e abbondate di materiali destrutturati, di recupero. E sedetevi a godervi lo spettacolo.

No. Non è affatto così semplice a dire la verità…ma è possibile. Ed è stato possibile grazie alla formazione, alla sommaria presenza del coordinamento pedagogico (che ha troppi servizi e poche pedagogiste) e un gruppo di lavoro affiatato e motivato, in grado di sorprendersi e di prendersi il rischio del cambiamento (che, sapete, è un rischio solo perchè apre altre domande e dialoghi da affrontare e la possibilità di dover dire “ci siamo sbagliate”…che quindi, rischio non è. Si chiama crescere, abitare il dubbio, osservare e verificare, mettersi professionalmente in gioco).

Quali sono i cardini dello zero sei quindi?

  • la disponibilità a mettersi in gioco (quello vero, come sanno fare i bambini e i professionisti in campo educativo)
  • la formazione continua in servizio, unanime e coesa
  • il coordinamento psicopedagogico ben distribuito, a copertura totale e abbondante: competente, formato, riconosciuto, in rete.

Avete notato che non ho accennato a soldi? Ne servono si…per la formazione e il personale…ma sarebbero ben investiti, e non lanciati dalla finestra a 1/10 della popolazione educativa (vi ricordo che ai 500 euro hanno accesso solo gli statali e che la scuola non è fatta solo da loro).

La legge c’è dunque, e non è così malfatta…solo che non ci offre delle prassi preconfezionate…dobbiamo costruirle.

Io partirei così:

  • istituire i coordinamenti scuola per scuola, rendendoli obbligatori non solo allo zero-sei, per poi arrivare a quelli territoriali-regionali. A stratificazione
  • formazione
  • lavoro di discussione e riflessione in gruppi di lavoro interscuola.

Forse questo articolo c entra poco con gli albi illustrati (anche se fanno parte della mia borsa lavoro quanto i libri di Malavasi, Pikler ecc…) ma avevo bisogno di riordinare le idee qui con voi e sperare di avere un confronto su questo tema…per capire meglio che direzioni pratiche, percorribili da adesso…sono possibili.

Chiedimi cosa mi piace

Chiedimi cosa mi piace.
Terre di mezzo edizioni

Con le splendide illustrazioni di Suzy Lee e il testo lieve e potente di Bernard Waber.

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Se cercate un libro sull’autunno bhe…mi dispiace deludervi, ma non è questo.
No. Disapprovo totalmente il processo che ha portato all’appiattimento di significati che questo albo contiene.
Questo libro non parla di autunno,
nemmeno lontanamente.
certo certo ci sono le foglie che cadono,
le persone che passeggiano e si stendono sul rosso tappeto
e il vento e gli animaletti…

Ma No. Non possiamo definirlo un libro sull’autunno senza così privarlo della sua magnifica ricchezza.

Questo albo si presta a parlare di tanto,
certamente anche (scusate – banalmente) di autunno.
ma contiene in se, a mio avviso,
soprattutto una finestra sulla relazione tra adulto e bambino
e tratta questo tema in modo davvero profondo e delicato
e forse anche insolito.

Dico insolito perchè in questo albo è la bambina protagonista a guidare l’adulto alle domande, a guidarlo ad uno sguardo attento e ricco, complesso nel suo approcciarsi ai dettagli..alla funzione delle cose, ai nomi e alle caratteristiche, anche emotive, degli oggetti inanimati ed animati del mondo..

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È sempre la bambina che, prendendo per mano l’adulto, lo conduce, a piccoli passi, dentro la sfera intima in cui ci si scopre capaci di grande passione e di amori, di creatività e domande.

E nel percorso riusciamo a respirare quanto sia profondo il legame tra questa bambina e l’adulto che con essa sa passeggiare leggero…

Un adulto che non risponde mai anticipando le domande, che cammina facendosi guidare, che sa di essere un punto importante senza per questo sovrastare o coprire con i propri desideri quelli della bambina. Un adulto che sa stare “al passo bambino” accompagnando alla crescita e alla conoscenza, favorendo la libera espressione della piccola.

Un adulto presente emotivamente e fisicamente che sa accogliere le fantasie creative della bambina e metterle in campo per far evolvere il dialogo.
(Il mio adulto ideale).

Troviamo al contempo una piccola curiosa, in movimento esplorativo, sicura della presenza dell’altro. Una presenza fatta della storia che li accomuna, fatta di un attaccamento sicuro che permette di essere liberi sotto sguardo attento, fatta di conoscenza reciproca leggera, frizzante, autentica.

Insomma in questo albo troviamo i fondamenti del rapporto educante, affettivamente significativo, in cui l’adulto si fa condurre nel mondo dallo sguardo bambino per poter essere pilastro di riferimento, mano che accompagna, contenitore e rilancio di domande e mai di risposte se non quella, la più importante, “lo so, sono qui, non me ne dimenticherò”…come a dire “ci sono. Ci sono sempre stato e ci saró ancora”.

Ho scelto di non descriverlo nei dettagli, ho voglia di lasciarvelo scoprire o riscoprire (se lo avevate comprato SOLO per un progetto sull’autunno!).

Ottimo strumento sia per adulti-educatori (da educere: condurre fuori, cioè persone che permettano il naturale e creativo esprimersi del potenziale di ognuno) — genitori compresi quindi!!
ed
ottimo albo per una lettura intima ai propri figli, pieno com’è di amore reciproco.

Mi piacerebbe ora proporvi dei “mini-approfondimenti” su alcuni dettagli:

  • tutto l’albo è attraversato dalla meraviglia della scoperta ed in questo percorso i ruoli adulto- bambina sono da prendere a modello non solo nella vita familiare ma anche in quella scolastica, fin dal nido: la bambina si muove autonomamente nello spazio, sotto lo sguardo attento dell’adulto che sta fisicamente sempre ad una certa distanza, senza mai intervenire se non quando richiesto o per enfatizzare un’annotazione della bambina stessa (per esempio quando la bambina parla della sua passione per le storie di orsi). L’adulto quindi gioca un ruolo importantissimo lasciando che la bambina esplori l’ambiente, approfondendo dettagli e curiosità, senza interferire ma anzi enfatizzando e sostenendo.
  • proseguendo vorrei farvi notare quante finestre di approfondimento scientifico si aprono, e non è l’adulto ad introdurle. Ragion per cui…ci è possibile pensare di metterci nella condizione sopra descritta e accogliere, raccogliere e rilanciare gli spunti che vengono dai bambini? Per esempio il passaggio sulle rane (che non solo nuotano, ma anche saltano, o sulle api…)

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  • ancora…possiamo notare come la libera esplorazione porti ad una narrazione densa di collegamenti tra presente-passato-futuro? E non solo!! La mente della bambina si muove su diversi piani di realtà: quello della fantasia, quello del vissuto presente e passato, quello del desiderio e quello del sapere
  • l’albo offre ancora altri dettagli interessanti–> per esempio tutto il “lavoro” sulla memoria affettiva condivisa: ho coniato questo ensemble di termini per dire…che la bambina nel dire “ti ricordi” “lo so che lo sai…” si riferisce alla certezza interna della presenza emotiva dell’adulto e della sua conoscenza di fatti rilevanti vissuti insieme. La bambina sa (in senso imperativo interno) non solo che l’adulto che è con lei sa quello a cui lei si riferisce, ma dimostra di avere anche sicurezza dell’affetto che la tiene legata a questa persona.
  • una nota particolare va fatta al rapporto narrativo in cui ognuno lascia che l’altro racconti, faccia ipotesi e le condivida. Bellissimo il punto in cui la bambina dice “volevo lo raccontassi tu” pur sapendo rispondere alla domanda e avendo competenza scientifica sul tema, come a dire che alcune cose hanno bisogno della voce dell’adulto per essere ritradotte, conosciute di nuovo, insieme. (e su questo Bion – funzione alfa, Winnicot, Mhaler e diversi autori a stampo psicoanalitico hanno lavorato tantissimo per introdurre il concetto di Adulto come colui che si fa carico di tradurre in modo comprensibile e digeribile il reale di cui il bambino fa esperienza. Trovare parole è un dar senso, contenendo l’esperienza e donandole forma).

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  • ed ancora…le illustrazioni. Suzy Lee mi stupisce e meraviglia sempre…bisogna osservare ogni pagina per scovare la ricchezza di dettagli e particolari di cui Suzy ci rende partecipi…avvicinandoci con occhio attento…incontriamo microstorie parallele che si attivano e realizzano all’interno di ogni pagina, in parallelo e in contemporanea al filone principale… La mamma che porta le foglie al bambino sul passeggino, il piccolo cane che tira così forte il guinzaglio da costringere la ragazza ad affannarsi, l’uomo dei gelati e dei palloncini (e la citazione – voluta o meno – a “L’uomo dei palloncini“mi sembra sublime), le foglie sul letto e sul pavimento della cameretta della bambina (filo rosso di memoria, continuità tra dentro e fuori…)… Amo, amo questa scelta…perdermi nei dettagli, scovarne di nuovi ad ogni lettura…

 

e tanto tanto altro…sì anche l’autunno…che colori, e i rumori? sembra di sentirli…quando i due protagonisti si stendono sul tappeto di foglie e il fruscio lieve delle foglie che scivolano tra le mani della mamma, e il crepitio di quelle che si rompono sotto i passi frettolosi del cagnolino…

Un albo imperdibile, lo avete capito?

😉

Lo 0-6 questo sconosciuto.

Una collega pedagogista mi ha chiesto di scrivere un articolo su questo misterioso tema attualissimo e ricco di insidie e resistenze…

Quello che mi propongo qui di fare non è quello di prendere parte alle varie tensioni e polemiche ma di cercare di suggerire modalità attuative pratiche nel “qui e adesso”…che non è esattamente “lo zerosei di domani”. Questo perchè in pochissimi in Italia, credo, siamo pronti ad applicare questo innovativo sistema..non perchè, come spesso si dice, non abbiamo gli spazi ma perchè ancora non ce l’abbiamo in testa.

Dunque penso ai servizi dei quali mi occupo e provo a lanciare degli spunti, anche facendo riferimenti a qualcosa di già in atto…in fieri, boccioli lavorabili potenzialmente anche in modo molto più complesso.

Esiste per esempio la possibilità di ragionare sugli spazi e sui materiali utilizzabili in comune? E’ possibile iniziare da qui…senza smuovere in modo prepotente equipe di lavoro che ancora non sono pronte e nemmeno noi sappiamo ancora adeguatamente supportare?

Penso alla possibilità di progettare insieme utilizzando strumenti come albi e silent book. Per esempio questi ultimi si aprono ad un lavoro infinito con i bambini di ogni fascia di età (anche con gli adulti).

so che quello che vado a proporre farà storcere un pò il naso agli “zerosei convinti”…ma credo sia necessario anche lavorare per gradi, avvicinarsi piano alla costruzione di un cambiamento che necessita di una ristrutturazione prima interna e poi globale. Pensiamo solo al diverso “concetto di bambino di 3 anni” che si attua tra nido e infanzia. Non è lo stesso bambino quello verso cui pretendiamo un rapporto 1:7 al nido rispetto a quello che si trova inserito, all’infanzia, ad 1.25?

Dunque..vado ad illustrarvi la mia VISIONE (e di tale si tratta essendo frutto della fantasia mescolata ad un pizzico di sperimentazione sul reale in isole felici dove personale di nidi e/o raccordo collabora in modo profiquo con quello dell’infanzia…che già è molto):

  • immagino il personale di nido ed infanzia, ad inizio anno, che si incontra per riflettere, ragionare e lavorare sulla strutturazione degli spazi, la disposizione dei mobili, l’uso comune di aree più o meno ampie della struttura.
  • immagino che ci si dedichi poi all’ambientamento dei nuovi iscritti e ci si metta in osservazione dei bambini, riflettendo, nei collettivi, sull’uso degli spazi, sugli indirizzi progettuali possibili.
  • questa riflessione continua deve, a mio avviso, portare il personale a rivedere l’organizzazione degli spazi inizialmente pensata, a formulare proposte operative con organizzazione di angoli dedicati a materiali vari con obiettivi specifici in funzione delle osservazioni.(verifica in itinere)

Si può scegliere, se questo facilita, di utilizzare un tema guida per accompagnare adulti e bambini a muoversi all’interno della struttura e delle proposte, per ritrovare un filo conduttore di stanza in stanza, un tema comune tra tutti i bambini, un contenitore creativo ricco di stimoli dal quale pescare per offrire nuovi slanci ai bambini…

penso ad albi come:

–> Non è una scatola (di cui vi ho già parlato qui: Bambino: un mondo da conoscere e qui Non è una scatola a scuola )utilissimo strumento adatto ad ogni fascia di età e a tutti i bambini anche con difficoltà. Si parla di affrontare il tema della fantasia creativa dei bambini offrendo loro un materiale poco strutturato come lo scatolone e osservarli nelle trasformazioni che vengono loro in mente. Ci stupiranno!! L’approccio al materiale è ragionevolmente diverso in funzione dell’età del bambino che vi si avvicina e del lavoro che l’educatore è in grado di sostenere insieme al bambino (e dovrebbe essere in grado di sostenerlo tutto a mio avviso) ma l’offerta base è la stessa. Per esempio svuotiamo la scuola da giocattoli di ogni genere e inseriamo scatole e scatoloni di ogni misura. In un angolo lasciamo a disposizione fogli, colori, scotch, forbici, stoffe… e rimaniamo ad osservare.

–> L’onda di Suzy Lee intrammontabile, magico, sempre creativo, flessibile agli usi più disparati…disposto anche a farsi musicare, narrare, rappresentare, maltrattare un pò tra le onde – vere – del mare.

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–> Flashlight una scoperta, adottabile anche dalle pedagogiste come Laura Malavasi per mettere i puntini sulle i sulle modalità documentative e di osservazione (ossia…vediamo quello che illuminiamo…non tutto). Diamo in mano ai bambini una torcia, una lente di ingrandimento, dei binocoli…e scopriremo quante cose vedono loro (che noi spesso nemmeno notiamo!!). Creiamo per loro angoli da scoprire, accompagnamoli nei micro e macromondi intorno a noi (in giardino, in città, tra i sassi, tra l’erba, in un bosco…a naso in sù verso il cielo…) invitiamoli a fotografare, illustrare, creare mappe…

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 Potrei continuare all’infinito…con esempi e collegamenti tra uno e l’altro albo e tema..

per esempio il tema della NATURA può essere declinato in un milione di modi: i colori della natura, le trasformazioni in natura, le stagioni, i semi e i loro viaggi, la crescita, la morte (?! si parla di questo a scuola ?! apriamo capitoli eh!), le foglie, gli animali, le case/rifugio, le radici…ecc…

E su questi temi se ne aprono tanti tantissimi di molto profondi, filosofici, sul senso della vita per esempio, o sulle caratteristiche personali (con tutto il lavoro sul corpo e sul sè che i bambini fanno e che nelle scuole si fa), si aprono campi di sperimentazione manipolativa e pedipolativa oltre che simbolico immaginativa…si può parlare della casa, del rifugio, dell’ideale per noi, del reale, del fantastico…si possono raccontare storie di animali (e anche e quindi di persone, di bambini..) evidenziando qualità, differenze, somiglianze…nei modi di vivere, nelle famiglie, nelle impronte, nei cibi che mangiano, nel colore della pelliccia….ahhh quante ce ne sono di idee eh?!

Mi fa impazzire…e profondamente addolorare quando sento le maestre che dicono “fai il disegno della tua famiglia” come se questa fosse la cosa più banale del mondo. E inserisco qui questa non-parentesi perchè penso che basterebbe parlare d’altro (che altro non è) e lasciare parola ai bambini…parola ascoltata ed accolta con interesse, per far emergere racconti, disegni, immagini di quello che è per loro la famiglia, per loro il senso di affetto…

perchè, sapete, entrare nella vita e nel cuore di un bambino è “cosa” assai delicata, potente e importante. I bambini si fidano e si affidano in modo assoluto ed incondizionato…e noi dovremmo entrare nel loro mondo quasi volando basso…in punta leggerissima di piedi. Senza commenti, solo pronti allo stupore, alla meraviglia…e anche a farci male. Sì perchè le ferite dei bambini sono talmente reali, tangibili e forti che vanno a toccare le nostre (e anche qui avrei da parlarvi molto sulla mia idea sugli orrori che avvengono nelle scuole!),

E allora…perchè non iniziamo, per esempio, a prendere Albero di Iela Mari…e a notare che in alcune pagine ci sono nidi in costruzione, nidi vuoti, tane e rifugi di diversi tipi…e aggiungiamo a questo enciclopedie, filmati, osservazioni su animali veri e le loro case, e ci abbiniamo poi l’albo  Rifugi e via così…?!

Mi sono dilungata….

Spendo una parola per gli INVENTARI: li trovo strumenti splendidi, ricchissimi di spunti, enciclopedie a portata di bambino, bambina, insegnante…e credo fermamente che ogni bambino dovrebbe crearne di propri…raccogliere esplorare seriare osservare copiare…insomma…basterebbe uno solo di questi albi illustrati per creare meravigliosi percorsi nelle scuole da 0 a mille anni!

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E ricordo la potenza impattante e diretta che hanno le immagini per adulti e anche e soprattutto per i bambini quindi vi suggerisco sia di scegliere accuratamente albi illustrati di qualità sia di utilizzare ed acquistare per i vostri progetti a scuola e per i bambini lo strumento della fotografia, ci sono tantissimi LIBRI FOTOGRAFICI ben fatti che io utilizzo continuamente (amo quelli della Ippocampo e di National Geographic oltre che a scegliermi quelli di alcuni fotografi che amo) e di fare anche foto.

questo perchè esiste una differenza tra illustrazione e foto…entrambe sono immagini ma hanno impatto uso e funzioni diverse sia per i progetti educativi che per l’occhio dei bambini che le osservano…Interessante anche far fare ai bambini foto ed illustrazioni di quanto hanno osservato e raccolto…insomma..gli educatori sapranno certamente sbizzarrirsi più di me..e i bambini vi stupiranno…stupiscono sempre…per la loro capacità immaginativa e creativa…!!

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Dunque…mi vengono in mente troppe cose da dirvi, troppi albi da suggerirvi,..ve ne propongo qui sotto una selezione…tra pop up, silent ed albi veri e propri…cercando di suggerirvi soltanto e a bassa voce possibili percorsi…

Potrei scrivere pagine e pagine e finirei con l’annoiarvi e con scrivervi io i progetti eh eh quindi…attendo da voi spunti, domande, suggerimenti…e che questo zero-sei abbia inizio!!! Aprite le porte delle sezioni, organizzate spazi, angoli di interesse, aree con materiali di qualità selezionati e ben pensati e mettetevi ad osservare i meravigliosi bambini con i quali avete l’onore di lavorare!!

Buon lavoro carissimi educatori ed insegnanti…

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Ma ATTENZIONE: non è assolutamente mia intenzione suggerire di fissarsi con un solo strumento e di un solo tipo…anzi! Il mio suggerimento è quello di – se ne avete bisogno – scegliere uno strumento base che vi faccia da filo conduttore tematico e a quello di agganciare la complessità e la diversità di tanti altri strumenti e materiali. Non solo albi (e si sa un albo tira l’altro…e potrei dirvi che quelli sopra elencati possono benissimo collegarsi…) ma anche materiali diversi e stili documentativi differenti!! Se vi servono esempi…posso scriverne, parliamone, contattatemi: featherstonejblog@gmail.com

Mi trovate anche su FB: Pagina FB di FeatherstoneJ

 

 

Qui alcuni spunti di riflessione: Zerosei

Interessante approfondimento: Anna Bondioli