Una splendida giornata

E’ una splendida giornata quella che Suzy Lee inizia ad illustrare ancora prima che la narrazione inizi? Non si direbbe…un ingresso di copertina ci accompagna tra grosse nuvole nere cariche di pioggia…e subito dopo ci presenta due tra le protagoniste più annoiate e sconsolate che io abbia mai incontrato in un albo illustrato.

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Suzy Lee è eccezionale, con pochi tratti riesce a rendere tangibile e reale il contesto nel quale intende accompagnarci…senza mai essere faziosa o gotica. E con due semplici colori. Incredibile! Ogni suo albo è una scoperta ed una sorpresa. Ed anche in questo leggiamo il suo stile e alcune “citazioni” prese dagli albi precedenti. Inconfondibili che arricchiscono, rendendo l’albo un oggetto rpezioso e stratificato dove nascono storie sulle sterie..

Come nelle storie che si rispettano…voltando pagine accade la svolta:

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Una chiave di violino appare accanto al nostro protagonista maschile come ad indicarci, forte e chiaro, ma in silenzio, che la radio è stata impostata su play e la musica si sta diffondendo nella stanza..e arrivano, allora, anche le parole…

Il ritmo si fa incalzante e non solo l’atmosfera cambia ma anche l’approccio alla giornata…

Non voglio raccontarvelo…ma vi dico che se siete una di quelle scuole che investono sul lavoro “fuori”, sul contatto con la natura, sul giusto tempo dedicato alla noia e poi all’eplorazione…allora non potete perdervi questo albo che ci accompagna tutti, stivaletti ai piedi ed ombrello in mano, tra le pozzanghere e le colline…

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Fino a che il vento non sospinge via le nuvole e allora torna il sole e di nuovo le possibilità esplorative e d’azione si evolvono…introducendo nuovi colori, nuovi suoni…nuove avventure…

Un albo utile a presentare il lavoro progettuale sul fuori in tutte le stagioni, per esempio…

Utile a parlare del potenziale di ogni giornata, anche di quelle terribilmente piovose. E non solo delle giornate…ma anche dei bambini.

Suzy ha non solo la mia simpatia ma anche la mia stima. Quello che le parole descrivono lei sa trasformarlo in magia…ricco di dettagli, di piccoli tesori illustrati.

Sfogliatelo e amatelo con me…

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Con la voce: LO SGUARDO

Nel percorso di vita dei nostri piccoli nascituri , abbiamo detto, abbiamo la possibilità di mettere la nostra voce a supporto del loro percorso di costituzione identitaria, che parte, naturalmente, dai confini del corpo, ancor prima e come fondamento, dei confini del sè.

Qui l’articolo sulla voce: La vostra voce: amarsi prima di vedersi 

Ora, dopo aver invitato alla vita il piccolo, grazie la vostra voce che farà, per lui, da filo conduttore profondo e inconscio, per tutta la vita..possiamo dire che a questa vostra competenza e abilità genitoriale si aggiunge la forza propulsiva e super stratificata dello SGUARDO.

Lo sguardo definisce:

  • delinea i confini del corpo
  • raccoglie gli ideali impliciti di chi osserva
  • offre sicurezza affettiva (o no) al bambino che si sente così sicuro di mettere distanza ed esplorare in sicurezza l’ambiente circostante.
  • permette la sintonizzazione affettiva (Stern)

Lo sguardo dell’adulto che guarda il bambino raccoglie, dunque, tutto il carico emotivo e immaginifico dell’adulto ma necessita anche di farsi spazio per diventare specchio del bambino stesso, modulando e controllando la quantità di “re-invii” che facciamo. E’ certamente importante che l’adulto guardi il bambino credendo in lui e nel suo futuro, raccogliendo anche dentro di sè tutte le aspettative e le speranze che nutre per e su di lui MA non deve dimenticare primariamente di far spazio al bambino reale che ha davanti e lasciare che nasca, cresca e si formi nella sua inclinazione identitaria…come? Facendo anche un lavoro importante su di sè.

 

Insieme allo sguardo ci sono, ovviamente, anche le parole che sono un passo ancora ulteriore, diverse dalla voce, diverse dallo sguardo: i primi due definenti ma indefiniti nella loro struttura fisiologica, le parole, invece, confinanti e confinate. Ma ne parleremo…

 

Vi suggerisco alcuni albi dei quali magari ho già parlato ed altri, nuovi, in cui questo sguardo ha esattamente il senso che vi ho descritto qui sopra.

Nino: al bambino che siamo.  

Bambino: un mondo da conoscere

Non è una scatola

Il fatto è – Capitombolo

Chiedimi cosa mi piace 

Vi cito anche Grande gatto Piccolo gatto edito Minibombo –> Grande Gatto Piccolo Gatto

 

Vorrei riferirmi un attimo al processo di separazione individuazione di Mhaler e al concetto di sintonizzazione affettiva il cui maggior rappresentante è Stern ma che, con nomi diversi, concetti simili, percorre tutta la psicoanalisi..

Vorrei provaste un attimo a seguirmi in questa immagine…

Pensate ad una stanza di nido, (o al vostro salotto di casa) e immaginate l’adulto educatore attento seduto a terra. L’atteggiamento interiore di questo professionista dell’educazione (se siete genitori siete esenti dalle mie feroci critiche…voi siete maggiormente coinvolti!! Amate i vostri figli con tutti voi stessi…e sarete perfetti. Gli educatori, invece, hanno il dovere di porsi come proposte educanti in grado di discernere dentro di sè le parti personali da quelle professionali. Sono figure formate, preparate alle quali richiedo tanto! Tanta attenzione, tanta preparazione e lavoro su di sè!)

dicevo…l’atteggiamento…chi si occupa di educazione ha l’arduo compito di porsi come proposta- modello propulsivo e positivo: dico questo perchè incontriamo tutti i giorni bambini e bambine, ragazzi e ragazze, che provengono da famiglie difficili, complesse, frastagliate e frantumate….i cosiddetti (termine che ODIO) “casi difficili”, ossia tutta quella fetta di infanzia che non ha famiglie “sufficientemente buone” (detto nel senso di Winnicott sia chiaro), che ha una vita frantumata che ha bisogno di qualcuno, in un contesto sano, che si proponga come modello, come specchio che rimandi possibilità positive e non – vi prego e NON – etichette preformanti.

Questo l’atteggiamento che – scusatemi – pretendo da voi educatori…lavorate le vostre difficoltà, i vostri preconcetti…fate formazione, studiate, parlatene con adulti competenti…ma quando vi sedete a terra a guardare i bambini per i quali lavorate ponetevi con quell’atteggiamento interno che si fa spazio al loro potenziale, a quello che ancora nemmeno loro vedono. E’ importante che crediate in loro, in ognuno di loro. e questo è solo il primo passo ma è grandissimo.

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Cosa accade in questo albo?

Questo adulto – supponiamo sia il babbo – lascia alla bambina lo spazio di azione necessario, ancor prima di analizzare le parole…possiamo guardare la prossemica, lo spazio, il modo di porsi…che ci dice molto su “Che cos’è un bambino” per questo adulto.

Lo sguardo è sempre con… accompagna. Non è mai un’azione su, sopra.

E’ lo sguardo che si sintonizza affettivamente con il potenziale della bambina la quale, sintonizzata a sua volta, ne coglie la fiducia e si sente libera di esplorare.

 

Torniamo all’immagine che, tergiversando vi proponevo…l’educatore seduto a terra in una tranquilla mattina novembrina in una sezione di nido. Gli inserimenti sono finiti…la fiducia di base con i genitori e i bambini si è impiantata e va ora costituita, affermata…

l’educatore seduto con questo spazio interno, aperto a sorprendersi, guarda i bambini muoversi nella stanza…ad alcuni serve tempo per sentirsi sicuri e allontanarsi un pò, altri sono già sicuri ma tutti, tutti, uno ad uno, hanno bisogno che l’educatore sia esattamente lì con quell’atteggiamento interiore a credere in loro…

Quella sicurezza permette ai bambini di mettere le basi per la propria autonomia. Mahler ci descrive questo percorso interno di fiducia in modo magistrale. Autori poi come Bowlby, Spitz, Winnicott e Bion completano il quadro raccontandci come la capacità dell’adulto di credere e sostenere il potenziale interno del bambino permette a questo potenziale di emergere e al bambino di individuarsi (di farsi persona).

Il babbo di “Chiedimi cosa mi piace” sia nei fatti che nelle parole non si sostituisce mai alla bambina, anzi, il suo modo operativo è simile a quanto descritto nell’immagine che vi ho proposto: un passo indietro, in attenta osservazione accogliente di curiosità e bisogni della bambina, favorente l’esplorazione e la scoperta.

Fiducia la parola chiave: in se stessi come educatori sostenenti e nei bambini persone autonome e ricche.

La grande quantità di albi che ci vengono proposti, negli ultimi anni, con questo “intendere l’atteggiamento adulto” e “l’essere bambino” sono tantissimi: penso anche solo ai libri interattivi di Tullet Hervé, ultimo arrivato “Un libro che fa dei suoni” l’evoluzione 2017, impossibile non cantarla e suonarla,  di Un libro.

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Sono albi che danno al bambino la percezione di competenza che vogliamo trasmettergli,

albi che gli narrano che crediamo in lui e nel suo “saper e poter fare”, senza lezioncine preconfezionate o didattiche..

Penso a Apri bene gli occhi, a tutta la produzione di il Castoro con Reginald e Tina e a tutti gli albi che in questo blog trovate qua e là citati. Nessuno escluso (vi pare che citerei qualcosa che non includa quest’ottica?! 😉

Diffidate dagli albi didattici, pronti all’uso, che trattano la manutenzione dei bambini (come togliere ciucci, pannolini…), e che ingabbiano il bambino in una visione di sè ubbidiente, statica e sottomessa. Fateci caso…

Non solo alle parole…ma anche e soprattutto allo sguardo.

Lo sguardo, lo avrete capito, deve aprire possibilità mai chiuderle, deve tenere dentro  il possibile, lo spazio transizionale dell’altro e farlo con una fiducia incondizionata.

Va oltre il guardare, è un osservare ed osservarsi, è denso di emozioni ma anche controllato e modulato, è un dialogo di fiducia ancor prima delle parole.

Siate l’educatore ideale di voi stessi…e per qualcuno –>  Un pentolino, un bambino e l’educazione ideale.

 

NB= l’immagine in evidenza è presa da Mamme ed. Rizzoli.

Zero-sei questo sconosciuto: atto secondo

Mi sono chiesta numerose volte se aveva senso scrivere un articolo sul percorso di questo famoso “zerosei” che si aggira, come un fantasma, per le vie impervie della legge.

Mi sono studiata la 107,
e il decreto attuativo del sistema zerosei n. 380, cercando di trovare dei punti dai quali partire per costruire percorsi di senso fattibili, realizzabili con le poche risorse che hanno i comuni, le scuole, i piccoli centri educativi dove mandare i bambini al nido sembra essere ancora un’elite.

Lì per lì mi sono preoccupata quando ho letto che sarebbe stato lo Stato a lanciare le linee guida nazionali per il curricolo del nido. Sono nata come educatrice e credo di avere in me una certa resistenza instillata dalla “nicchia”, all’insinuarsi dello Stato in ambienti così delicati…ma la verità è che le indicazioni nazionali per il curricolo dell’infanzia sono scritte bene, davvero bene

…è l’applicazione che fa acqua da tutte le parti.

Ho visto scuole dell’infanzia con la cattedra e i banchi disposti in fila a due a due che nemmeno alla scuola primaria si usa più,

scuole dell’infanzia proporre schede con la vivisezione della carpa d’acqua dolce, in zone di mare con il porto a pochi passi e nonni pescatori già dentro la scuola (ignorati ovviamente)…

schede di ogni genere e tipo, istruzione anzichè educazione,

prerequisiti alle invalsi piuttosto che promozione dello sviluppo naturale in zona prossimale…

Insomma ho riflettuto un attimo e mi sono detta che il problema non è lo Stato (non questa volta almeno) ma le prassi mantenute stabili e fedeli nei secoli da personale poco motivato e affatto formato (e non lo dico dando contro al personale)…e se qualcosa ho da rimproverare a questa nuova legge sono i famosi 500 euro lanciati dalla finestra al personale lasciandogli la responsabilità di formarsi…senza una linea comune, senza una selezione di qualità delle offerte formative, senza identificare, nei percorsi, una linea pedagogica riconoscibile e uniforme. Va benissimo la libertà d’insegnamento ma si dimenticano i bambini, si dimenticano ancora una volta le dinamiche dei gruppi di lavoro…si frantuma lo stile educativo e lo si appiattisce.

Si dimentica che anche il personale ha bisogno di riconoscersi, di avere dei riferimenti, di affidarsi quando ci sono delle difficoltà, di avere riferimenti teorici vicini al quotidiano…

Bellissima idea il bonus per acquistare libri, recarsi a teatro, visitare mostre….la cultura e l’educazione sono necessariamente intrecciate e si nutrono a vicenda ma questo non basta,

e ben venga l’istituzione del coordinamento pedagogico territoriale…abbiamo riferimenti importanti in Italia, da coordinatrice pedagogica (senza arte nè parte contrattuale) credo fortemente in questo ruolo ma reputo indispensabile

costruire equipe di coordinamento psicopedagogico capillari che riescano a raggiungere tutti gli istituti, che si formino insieme, che abbiano percorsi adeguati per sostenersi nella crescita ( e i 500 credetemi non bastano), che la formazione sia continua in itinere per tutti: per coordinatori (specifica) e per educatori ed insegnanti (insieme ai coordinatori).

Insisto sul coordinamento psicopedagogico non solo perchè la realtà in cui vivo mi sottolinea quotidianamente lo frastagliamento in questo ambito (nonostante si stia organizzando dal basso, con non poche fatiche, un nucleo operativo regionale) ma anche perchè in quanto membro del Gruppo Nazionale Nidi ed Infanzia mi accorgo che questa disomogenea presenza qualitativa di coordinatori e relativo riconoscimento sono problemi diffusi un pò in tutta Italia.

Le prassi operative sono dure a cambiare se non si prende insieme una linea comune sulla quale lavorare e ciò è possibile certamente grazie ad una formazione di qualità (scelta che non si può ragionevolmente lasciare in mano al singolo individuo) ma anche e soprattutto grazie alla presenza costante e importante di coordinatori pedagogici all’interno delle scuole: figure alle quali le insegnanti possano affidarsi, con le quali costruire insieme nuovi modi di stare insieme a scuola, con uno sguardo che è dentro le equipe di lavoro delle scuole ma anche fuori, che è con loro ma anche super partes, che indirizza, supervisiona ma che accompagna, pazienta, si fa ponte.

Mi sto dilungando…è vero.

Penso ai poli scolastici…e al loro potenziale…e mi domando se qualcuno abbia pensato di affiancare, all’illuminato ingegnere, coordinatori pedagogici e/o formatori in campo educativo che possano ammodellare le idee ingegneristiche ed archittetoniche con uno sguardo rivolto a chi, dentro a quelle mura, dovrà poi lavorare e giocare.

Cercando di accorciare la polemica…la legge ha dei buonissimi spunti. Dobbiamo ora aspettare di capire come si muoveranno le regioni (ho un pò paura lo confesso).

Cosa possiamo fare nel frattempo?

Rispondo con : avviare percorsi di riflessione.

Vi dirò che ci stiamo provando qui…gruppi di lavoro di intercollettivo complessi, densi, ricchi…dopo e solo dopo aver fatto un lungo percorso di formazione di due anni (che andrà avanti ancora) con Zeroseiup e tre formatrici di alto livello.

Vi dirò che le educatrici e le insegnanti si sono messe in discussione e molto e che tra i tanti percorsi avviati ve ne posso raccontare uno che sta davvero funzionando.

Ma prima vorrei sottolineare che se non ci sono percorsi che unificano l’idea di educazione, di bambino, di autonomia e gioco difficilmente si potrà lavorare bene con i bambini, di qualunque età li pensiate.

La rivoluzione, presso il comune per il quale lavoro, è iniziata con la formazione con la dott.ssa Malavasi L., la quale non ci ha fornito soluzioni ma semmai domande, dubbi, messa in discussione passo passo sempre più profonda e densa. Il principale dubbio che ci ha insinuato è stata una domanda che si è aperta nelle nostre menti “Che tipo di bambino stiamo crescendo?”

Un bambino capace di scegliere individualmente quale strada percorrere perchè consapevole dei propri bisogni e desideri, in grado di muoversi nel proprio ambiente scolastico e nella propria città riconoscendo i tratti storici principali, le funzioni e i vari ruoli, consapevole di sè e rispettoso degli altri (leggendo il profilo dello studente è questa la descrizione che si evince!)  o un bambino ubbidiente, istruito ad eseguire i compiti, adattato alle regole sociali così bene da anticiparle, pulito, composto, silenzioso se non interrogato…un bambino che eccelle in invalsi ma ha difficoltà a contenere e/o riconoscere le proprie emozioni perchè trattenute troppo a lungo da diventare esplosive….un bambino tenuto seduto per ore a compilare schede in virtù di un addestramento alla scuola primaria, che vede foglie sempre uguali e stagioni preconfezionate su schede del “si è sempre fatto così” e si perde la natura, quella vera, lì fuori…?

Lo so…sono polemica, perdonatemi, parlo ad alta voce con il senno del poi e il senso di colpa anche…domandandomi quante volte ho privato un bambino della possibilità di fare esperienza autentica di se stesso e sperimentazione vera con il naturale ed il mondo reale.

Siamo diventati insegnanti protettivi più di noi stessi (schiacciati dalle normative e procedure amministrative) e delle ansie genitoriali più che dello sviluppo autentico? Mi rifiuto di dirlo e anche di crederlo…eppure…

Osservando la giornata tipo e la linea del tempo passato a scuola ci siamo accorte che, nonostante le nostre (dico nostre mettendomi con le educatrici) convinzioni di stare lavorando per l’autonomia, stavamo lavorando in altre direzioni:

difficile dettagliarvi i percorsi di pensiero…

avevamo organizzato le giornate dei bambini,
avvalendoci del sacrosanto principio che le routines sono fondamentali,
come delle caserme.

  1. dalle 8 alle 9.30 tutti dentro
  2. 9.30 9.40 tutti in bagno a far pipì
  3. 9.43 tutti seduti a far merenda
  4. 9.50 tutti seduti sul tappeto per il cerchio (o, nel caso del nido, per le canzoncine e filastrocche)
  5. 10.15 tutti seduti a fare attività guidate
  6. 11.30 tutti in bagno a far pipì e lavare le mani
  7. 12 tutti a pranzo
  8. 13 tutti a nanna, a casa, o in silenzio
  9. e via così..

Forse vi fa ridere una lista cosi…ma credetemi a rileggere che anche il momento pipì è stato istituzionalizzato a me ha sempre fatto accaponare la pelle.Siamo sicuri che le routine siano queste? E quale è il senso?

La riflessione è iniziata così..

Che bambino abbiamo in mente? Cosa vogliamo ottenere da queste sue giornate a scuola? E’ importante ai fini dell’autonomia che faccia pipì e che mangi quando glielo diciamo noi? O conta maggiormente educarlo ad arrivare al bagno da solo quando gli scappa? E a riconoscere i morsi della fame e le quantità di cibo adatte alla sua pancia?

Ai fini del suo sviluppo armonico e consapevole è importante che impari ubbidientemente a stare seduto o vale di più che si appassioni a qualcosa che stimoli la sua attenzione focalizzata?

Un bambino di un anno è piccolo per decidere quanto mangiare (per esempio)? Allora perchè da nenonato lasciamo che sia lui ad autoregolarsi con la suzione al seno del latte? Come mai ci lasciamo guidare quando è in fasce e poi improvvisamente ci intromettiamo e lo reputiamo troppo piccolo? Confondiamo forse la capacità di autoregolazione con la consapevolezza cognitiva? Sono concetti differenti.

Cosa intendiamo per routine? Sono azioni, momenti e attimi fondanti la struttura organizzativa della giornata a scuola dei bambini o colonne inossidabili e inattacabili il cui contenuto e senso ormai ci sfugge? E’ possibile pensare di spostare il cerchio in un orario che sia successivo ad una mattinata di gioco autoregolato dei bambini? Così che abbiano davvero qualcosa da raccontarci e raccontarsi? che noi possiamo osservarli per una mattina intera e poi restituire loro qualcosa che rilanci quanto hanno fatto?

Perchè farlo alle 9.30 del mattino? Per segnare il capofila! Per dire loro cosa devono fare dopo! Per segnare il tempo che fa e gli assenti!

E’ possibile pensare che i bambini imparino a riconoscere i segnali del prorpio corpo così da andare in bagno da soli, quando serve?

E’ possibile unificare le prassi tra nido e infanzia?

Penso ad Ausbel e al concetto di apprendimento per scoperta e a Dewey e alla sua teorizzazione sullo stile educativo basato sulla ricerca, la sperimentazione attraverso l’indagine ipotetica per esperienza e verifica. Questo tipo di approcci ci permettono di avvicinarci a tutti i bambini. E quando dico tutti mi riferisco anche a quei bambini, accompagnati da insegnanti preparate ed attente, che hanno più difficoltà o disabilità.

Se consideriamo il bambino come fautore del proprio percorso di crescita in un rapporto di esplorazione con il mondo, sostenuto da educatori che predispongono materiali e spazi, allora possiamo pensare allo zero sei con facilità.

E veniamo allora all’esperienza di cui vi accennavo poco sopra:

immaginate una scuola dell’infanzia classica–> armadietti in ingresso, salone di accoglienza, sezioni organizzate per centri di interesse.

immaginate anche un raccordo–> due piccole stanze, luminose, intime ben organizzate.

Ora togliete tutto. Armadietti via, sezioni via, aprite le porte e…organizzate il salone in zone di interesse ad accesso libero, le sezioni in ampie sale laboratoriali mono stile, nelle varie aree togliete la maggior parte dei materiali strutturati e abbondate di materiali destrutturati, di recupero. E sedetevi a godervi lo spettacolo.

No. Non è affatto così semplice a dire la verità…ma è possibile. Ed è stato possibile grazie alla formazione, alla sommaria presenza del coordinamento pedagogico (che ha troppi servizi e poche pedagogiste) e un gruppo di lavoro affiatato e motivato, in grado di sorprendersi e di prendersi il rischio del cambiamento (che, sapete, è un rischio solo perchè apre altre domande e dialoghi da affrontare e la possibilità di dover dire “ci siamo sbagliate”…che quindi, rischio non è. Si chiama crescere, abitare il dubbio, osservare e verificare, mettersi professionalmente in gioco).

Quali sono i cardini dello zero sei quindi?

  • la disponibilità a mettersi in gioco (quello vero, come sanno fare i bambini e i professionisti in campo educativo)
  • la formazione continua in servizio, unanime e coesa
  • il coordinamento psicopedagogico ben distribuito, a copertura totale e abbondante: competente, formato, riconosciuto, in rete.

Avete notato che non ho accennato a soldi? Ne servono si…per la formazione e il personale…ma sarebbero ben investiti, e non lanciati dalla finestra a 1/10 della popolazione educativa (vi ricordo che ai 500 euro hanno accesso solo gli statali e che la scuola non è fatta solo da loro).

La legge c’è dunque, e non è così malfatta…solo che non ci offre delle prassi preconfezionate…dobbiamo costruirle.

Io partirei così:

  • istituire i coordinamenti scuola per scuola, rendendoli obbligatori non solo allo zero-sei, per poi arrivare a quelli territoriali-regionali. A stratificazione
  • formazione
  • lavoro di discussione e riflessione in gruppi di lavoro interscuola.

Forse questo articolo c entra poco con gli albi illustrati (anche se fanno parte della mia borsa lavoro quanto i libri di Malavasi, Pikler ecc…) ma avevo bisogno di riordinare le idee qui con voi e sperare di avere un confronto su questo tema…per capire meglio che direzioni pratiche, percorribili da adesso…sono possibili.

Trucas: un mostro d’arte…e non solo!

Risultati immagini per trucas logos edizioniAppena ho visto fare capolino, dalla copertina, questo buffo mostro verde, dalle lunghe orecchie e gli occhioni sgranati…ho desiderato averlo sul mio comodino (il mostro si!!), poi mi son detta che va bene acquistare albi d’impulso per innamoramento compulsivo da mostri ma che, a casa, di mostriciattola ne ho una anche io ed esigo che i libri che arrivano alla sua lettura siano assolutamenti “ottimi” (per le mie competenze valutative ovviamente)…
Così ho sfogliato questo meraviglioso ed esilarante silent book che, son certa, sarà davvero divertente leggere ad alta voce con bambini e bambine!

La narrazione inizia subito, e forse non si ha il tempo di capirlo se non si sfoglia accuratamente almeno un paio di volte tutto l’albo (io sono arrivata a dar senso e filo alla storia al quarto giro di boa….sarà anche per la simpatia che mi muove l’esserino verde e il sorriso che mi strappa ogni volta che lo fisso in copertina!!)

I silent in fondo sono così…densi e ricchi di dettagli che necessitano un attento studio ( almeno questo quello che penso dovrebbero fare gli adulti prima di proporre una lettura ai bambini)
Trucas sta dipingendo con i suoi tubetti di tempera, il suo capolavoro ci appare nella sua bellezza fin dal retro copertina e, ancora, sfogliando la prima pagina…
ma fino a che non arriviamo a quella che solitamente è la pagina di inizio narrazione…non ce ne accorgiamo…
Un indice indica rimproverante il piccolo imbrattato…e se ci domandiamo il perchè è in quel momento che intuiamo di dover andare a ritroso con le pagine, prima del titolo, per capire..
e così piano piano troviamo un filo conduttore…
Qualcuno, di grande, fa notare a Trucas il suo “stato colorato” e, pare non esserne del tutto contento, così lo solleva e ripone in una tinozza d’acqua:
 Il nostro affezionatissimo piccolo mostro però non ne è entusiasta ed anzi, umidiccio e imbronciato, si mette alla ricerca di qualcosa….la sua natura creativa ha bisogno di forme espressive…
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ciò che capita, come nelle migliori storie esilaranti, è un piccolo innocuo (si fa per dire!) inciampo…Trucas trova quella che ha tutta l’aria di essere una matita….
peccato però…non lo sia affatto.

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Le conseguenze sono quasi scontate….
trucas 5…se non che accade l’inaspettato, ciò che da una svolta  ricca di stupore alla storia…
Trucas scopre che questo spiacevole evento gli offre possibilità espressive nuove, mai sperimentate prima…l’espressione del suo volto cambia, si illumina di sorpresa e allo stesso tempo di “insight” creativo…ed ecco…il capolavoro!!
( arrivate fino all’ultima ultimissima pagina!)
Riflessioni: quello che ho subito pensato è  “wow finalmente qualcuno che ci dice che anche dagli eventi spiacevoli possiamo trarre qualcosa di creativo che ci serve per comprenderci meglio ed esprimere quello che siamo!”
Ho pensato poi a quanto è importante offrire ai bambini luoghi, spazi e materiali adeguati affinchè possano esprimere i loro bisogni, desideri, inclinazioni..senza dover poi ritrattare le carte e intervenire da adulti repressori.
Quanto sia anche importante evitare schematismi, rigidismi, schede compressive…e prevedere spazi (fisici e psicologici) ampi e flessibili che possano adattarsi all’esigenza dei bambini di spaziare, ma anche rimpicciolire, di aprire ma anche di chiudere e trovare confine…
Lo so, non è facile farsi guidare da loro…dar limite ma permettere spazi,
osservarli in silenzio e al contempo avere un milione di idee per offrire loro di più, di meglio…
di cosa hanno davvero bisogno i bambini?
Secondo me la risposta è “di fiducia”
e la intendo così, cercando di schematizzarla in frasi che mentalmente potremmo dire ai bambini:
– “Sono certo che sai fare quello che senti e desideri, che puoi esprimerlo e io mi siedo qui, se hai bisogno ci sono, ma fai da solo…”
– “Sono certo che nonostante le difficoltà riuscirai nell’intento, io sono qui, vicino a te, posso aiutarti, pensare a come modificare lo spazio, a quali materiali posso metterti a disposizione…tu aiutami”
– “Ho fiducia in te quanto in me, attraverseremo gli inciampi insieme: gli educatori, la tua famiglia, gli specialisti e tu al centro dei nostri passi”
– “Come adulto soni certo che il massimo della mia competenza e professionalità si realizza quando ho osservato a lungo e con occhio attento quello che sei nel contesto in cui siamo, ne ho ragionato con i colleghi e riflettuto su come migliorare”
…e così via….Fiducia in loro, nel nostro ruolo di regia, nel potere di un’educazione che favorisca l’espressione di bisogni e desideri senza reprimerli, inquadrarli o addirittura incanalarli.
Io tifo per Trucas e voi?

Bambino: un mondo da conoscere

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Che cos’è un bambino?

Beatrice Alemagna risponde magistralmente: “è una persona piccola”

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Potrei chiudere qui questo intervento…sottolineando, mettendo in evidenza, proponendo una gigantografia della parola “PERSONA”… ma pare non bastare mai…

ci si dimentica spesso di considerare i bambini e le bambine come persone quindi dotate di capacità, potenzialità, autonomiee e limiti (ovviamente, come tutti). Ci si dimentica adirittura di considerarli speciali uno ad uno e li si mette tutti nel calderone “infanzia” come se non esistessero differenze, sfumature, particolarità. Come se, anche banalmente, un bambino di 3 mesi nato al nord Italia da famiglia benestante in pieno centro città fosse uguale ad uno di 10 anni emigrato con la propria famiglia da un paese di guerra, o ad un altro di 4 settimane nato in Svezia.. Come se esistesse al mondo una persona uguale ad un’altra.

Quello che mi preme dire è che i bambini e le bambine vanno osservati, va loro dato spazio di parola, di espressione creativa, di movimento nel pieno rispetto dei loro ritmi…e non perchè la fretta al mondo non esista e ci si debba sentire adulti tremendi se al mattino, per andare a scuola e lavoro, si corre più del solito sulle routine. Non è questo il concetto…

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L’idea è che se facciamo un passo indietro e li guardiamo…allora possiamo davvero comprendere il loro potenziale e predisporci per favorirne la massima espressione.

La psico-pedagogia, a partire da menti geniali come Montessori, Vygotskij, Chokler, Pikler, Mhaler, Goldschmied, Munari (…),  ricorda agli educatori che il loro ruolo è quello di muoversi, per così dire, nell’ “area prossimale dello sviluppo” intuendo, osservando, il potenziale del bambino, annotandone limiti e difficoltà così da preparare un ambiente idoneo affinchè le potenzialità del bambino vengano messe nelle condizioni di svilupparsi ed esprimersi. Si sottolinea, insomma, che il ruolo dell’adulto è quello del regista che osserva, prende in esame le condizioni iniziali da cui partire per predisporre il set all’interno del quale il vero protagonista, la persona bambino, possa muoversi, incontrando sfide evolutive a lui adeguate, sempre leggermente sopra le sue aspettative così da essere propulsive, motivo di esplorazione, scoperta e meraviglia per il bambino.

Il fatto è…

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…che nessuno può far nuotare una paperetta se non è lei a sentirsi pronta per un tuffo…nemmeno il lupo in persona!! (qui la recensione Il fatto è – Capitombolo )

Cosa possiamo fare allora ?

Metterci in ascolto.

I bambini sanno indicarci la strada dei loro bisogni. Ci basta considerarli degli ottimi interlocutori per accorgercene..

Tutto da me, un albo particolare grazie ad una “straordinaria combinazione di disegno e fotografia” , ce lo ricorda…”William Wondriska cattura con un tono leggero e spensierato l’emozione indescrivibile di un bambino nel fare una cosa “da solo”. ..Fra realtà e immaginazione, All by myself è stato fra i primi libri per bambini ad utilizzare al suo interno immagini fotografiche. Qui sono accostate alle esuberanti illustrazioni in vivo arancione grazie ad un’impaginazione dolce e curiosa, che accompagna la musicalità del testo” (cit. da http://www.corraini.com/it/catalogo/scheda_libro/421/Tutto-da-me)

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Nell’introduzione del prezioso libro di Agnès Szanto-Feder, L’osservazione del movimento nel bambino. Accompagnare lo sviluppo psico-motorio nella prima infanzia, Erikson, 2014, Emanuela Cocever presenta Emmi Pikler dice “Pikler vede in un neonato che si muove un soggetto impegnato in un’opera allo stesso tempo interna ed esterna, vede in atto, non solo in potenza, lo stesso lavorio  che si esprimerà, in seguito, con altri mezzi. […] Fin dalla nascita un bambino ha la capacità di attenzione e di azione, e tanto più accresce le sue capacità quanto più sperimenta il fatto che i suoi tentativi sono efficaci, sono accolti nell’ambiente e lo modificano. Qualsiasi adulto, anche il più sperimentato, non ha tutto quello che gli serve per lavorare con i bambini, ha bisogno di imparare da ogni nuovo bambino, e l’attività di un bambino che si muove di sua inizativa è la guida sicura per un adulto che voglia imparare”

Il punto di vista della moderna pedagogia quindi ci porta a guardare la persona bambino con un occhio molto attento, senza pregiudizio, considerando il suo comportamento come un indicatore del lavorio interno che sta compiendo e del suo potenziale. Il nostro osservare senza intervento dall’alto, senza forzature nè precostituzioni predefinite, permette al bambino di esprimersi in un ambiente percepito come accogliente e favorevole.

Non è una scatola, Celeste Combinaguai, Il punto, Se io fossi…, Io sono un artista, e tantissimi altri che mano a mano potremmo aggiungere, scoprire, citare… ci illustrano in modo assolutamente chiaro e prepotente quanto sia ricco e complesso (oltre che molto pensato!)  il gioco del bambino il quale mette in atto tutte le sue capacità immaginative e d’azione in un mix creativo spesso limitatamente comprensibile agli adulti!!

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Ci vengono in aiuto gli albi sopra citati per ricordarci e ricordare ai bambini che intuiamo e aprezziamo la loro ricchezza sempre in espansione. E possiamo continuamente sperimentare le loro abilità intuitive, progettuali, simboliche osservandoli nel loro agire ma anche colloquiando con loro, creando narrazioni su spunti di lettura… potrei raccontarvi il tantissimo lavoro che si fa all’interno di nidi e scuole dell’infanzia con gli albi illustrati e i silent book.

Si parte dalla lettura e si arriva alla creazione di ambientazioni, di storie, percorsi, di lavori progettati e costruiti dai bambini con la magistrale supervisione di educatori ed insegnanti sempre in continua formazione in collaborazione con il coordinatore pedagogico, i servizi bibliotecari e museali… insomma…stare al passo dei bambini e delle bambine è un lavorone..non lo sapete?!

Un esempio di quanto vi sto riportando lo trovate a questo link: No…non è una scatola!

 Che cos’è quindi un bambino?

Una persona unica e irripetibile.

Un mondo ricco e complesso.

Un interlocutore in grado di stimolare in noi crescita e cambiamento.

Non vi basta?

Guardate qui come ce lo presenta Settenove:

Io sono così — Premio Andersen 2015 —

http://www.settenove.it/articoli/io-sono-cosi/313

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Per concludere…vi suggerisco di sperimentarvi sia nell’osservazione attenta e non partecipata dei bambini che vi capita di frequentare e che avete l’onore di conoscere. Che siate i loro genitori o/e educatori.

Vi consiglio di leggere con loro, di darvi spazio di racconto e di scambio proponendovi alcuni suggerimenti che potete leggere qui: Libri come ponti

Spero questo primo percorso tematico vi sia utile…vorrei poterlo integrare, rinforzare, rimpolpare di suggerimenti quindi se ne avete scrivetemi!!

Io continuerò a metter in moto i miei neuroni !!

 

 

Bibliografia utile:

Celeste combinaguai – Yarlett Emma – Margherita edizioni

Che cos’è un bambino – Alemagna – Topipittori

Datemi tempo – Pikler

Il bambino è competente – Jesper Juul – Edizioni Feltrinelli

Il fatto è – Gek Tessaro – Lapis Edizioni

Il punto – Reynolds Peter H.- Ape Junior

Io sono un artista

Io sono così – Fulvia Dell’Innocenti – Settenove

L’osservazione del movimento nel bambino. Accompagnare lo sviluppo psico-motorio nella prima infanzia.  – Agnès Szanto-Feder – Erikson

Munari i libri

Persone da zero a tre anni – Goldschmied Elinor; Jackson Sonia – Junior Edizioni

Se io fossi il blu… – Sophie Fatus – Lapis

Si può – Guarenghi Sanna – Franco Cosimo Panini

Tutto da me – William Wondriska – Corraini Edizioni